Migranti in fuga verso un altrove. Ma non c’è né banalità, né retorica

di Les Éclats

Cristina Piccino per  IL MANIFESTO del 26/11/2011

Al Torino Film Festival “Les Eclats”, del cineasta francese Sylvain George. I suoi immigrati di Calais, che aspettano di saltare su una nave, non sono vittime, ma rivoltosi con lucida conoscenza del presente.

Les Eclats, gli scoppi, esplosioni frammentate di realtà.Sylvain George, francese, indipendente, uno dei cineasti più intensi cresciuti sulla scena internazionale in questi primi decenni del Duemila, torna nei luoghi che compongono il suo cinema, e tra quelle “figure di guerra” che popolavano anche il suo precedente Qu’ils reposent en revolte. Les Eclats, oggi a Torino, al Tff, nella sezione del concorso internazionale, e domani (ore 18.00 cinema Gnomo) a Milano, nel concorso di Filmmaker, che è anche il festival che ce lo ha fatto scoprire in Italia, racconta storie di migranti, i passi veloci e le tattiche di fuga, l’attesa infinita di un salto verso il futuro. La paura. La rabbia. La clandestinità. La polizia che “la conosciamo”. Il mare che ti inghiotte nel nero. La “giungla” di cartone e vecchie lattine. Gli Ulisse del contemporaneo non hanno diritto nemmeno alla dimensione del mito, cacciati da guerre di un post- tutto-coloniale sempre più feroce sono solo un fastidio per quei paese che sistematicamente distruggono la loro realtà ma a distanza di sicurezza, senza voler sapere… Les Eclats è un film bellissimo, segno di un cinema politico che assume radicalmente la propria cifra a cominciare dalla riflessione estetica, dalle immagini che sceglie per confrontarsi col suo soggetto. Non sono i migranti vittime che ci racconta Sylvain, rinchiusi in quella dimensione di miserabilismo – o compassione – con la quale il cinema del reale tende a rappresentarli. Al contrario oppongono alla realtà la lucida conoscenza del presente, i tempi e i modi di una realtà di cui conoscono il funzionamente senza illusioni. Il ragazzo nella tenda della “giungla” – così chiamavano quella distesa di sterpi dove i migranti si erano accampati fuori Calais, ora rasa la suolo dal governo francese – parla dell’Afghanistan, di quella scacchiera sulla quale le potenze mondiali misurano la propria influenza. Eppure siamo ricchi, eppure ci sono molte risorse sussurra.

Ma lui e gli altri insieme a lui hanno conosciuto solo il rumore delle bombe, il sapore del sangue, il profumo della morte. Sono lì perché “vorremmo assaporare la vita”, qualcosa di diverso, la l’Europa lo respinge, cattiva coscienza di sé. I due ragazzi giocano a biliardo. Da dove vengono? Poco importa. Aspettano il momento giusto per saltare sulla nave e andare dall’altra parte, in Inghilterra. La senti questa canzone? E’ bella, è degli anni Settanta dice uno col volto bellissimo e l’unica sigaretta che gli rimane aspirata con dolore. La polizia significa paura di morire, significa correre, nascondersi, perché si scappa davanti alla polizia. Un altro ricorda il Mediterraneo, e quelle onde alte l’istante prima di cadere. Forse di morire.

Ma siamo già morti grida qualcuno, i nostri sentimenti non esistono più. Bruciati come le dita per cancellare i polpastrelli, perché così si sfugge alla polizia, non si può essere schedati. Mi hanno arrestato tante volte ma non sanno da quale paese vengo dice un altro ragazzo. La prima sfida oggi per un cineasta della realtà comincia proprio dalle sue immagini. Come svegliare dall’anestesia di un’immagine riprodotta infinite volte, a cui ci si abitua e che in certo casi addirittura conforta. I film sui migranti “vittime” di fronte ai quali ci si commuove, dando il contributo della propria lacrima per sanare un’ingiustizia. Qui no. Le vittime sono in rivolta, ci dicono la loro versione del mondo, e insieme la loro versione di noi. Senza retorica, nel gesto del quotidiano, nelle dinamiche che accadono ogni giorno e di cui si sa poco e nulla. Non c’è “notizia” nei film di Sylvain George, c’è tutto quello che accade prima e dopo, e che continua a accadere quando si sposta l’attenzione dalla notizia, dal dramma dalla guerra dalle vittime del mare. Per questo, forse, disturba il suo cinema in Francia e altrove, la sua realtà è il cinema, prima di tutto, una ricerca sulle immagini, sul loro respiro, sul battito del loro tempo. E’ in questo spazio che prende corpo ciò che racconta, senza banalità né retorica, in un sentimento contemporaneo che ci appartiene.

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